All’inizio erano soltanto le aziende più visionarie, caratterizzate da una spiccata connotazione etica, a integrare nel proprio modello di business le dimensioni ambientali, sociali e di governance (ESG). Con il passare del tempo, si è consolidata l’attenzione da parte di tutti gli stakeholder (dal legislatore nazionale ed europeo fino a investitori e consumatori): ne è dimostrazione il fatto che, dal 2017, alcune tipologie di grandi imprese siano tenute a rendicontare pubblicamente le proprie performance di sostenibilità.
Con la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) il perimetro si amplia ulteriormente, obbligando progressivamente anche le piccole e medie imprese (PMI) a rendere noto sia l’impatto delle proprie attività sull’ambiente e sulla società, sia il modo in cui le questioni ESG incidono sul proprio modello di business (doppia materialità). In sintesi, una solida strategia di sostenibilità non è più un nice to have, bensì un requisito essenziale per adempiere alle richieste del legislatore, per dimostrarsi credibili nei confronti dei partner e per mantenere un vantaggio competitivo sul mercato. Si tratta di un’evoluzione rilevante, soprattutto per quelle realtà medio-piccole che non hanno mai affrontato il tema della sostenibilità con un approccio sistemico. La formazione assume quindi un ruolo centrale per accompagnarle in questo percorso.
Uno degli errori più comuni è quello di confondere la sostenibilità soltanto con la dimensione ambientale. O, ancora, di affrontare uno specifico aspetto senza però che alla base ci sia una visione d’insieme. Lo sviluppo sostenibile, al contrario, è un concetto più ampio; secondo la definizione data dal Rapporto Brundtland nel 1987, è “uno sviluppo che soddisfi i bisogni sia della generazione presente sia di quelle future”. In ambito aziendale si declina attraverso la Triple Bottom Line, un approccio basato sulle tre P: People, Planet, Profit. Una guida preziosa in tal senso è l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, un piano globale costituito da 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, interdipendenti e correlati tra loro, a cui tutti sono chiamati a contribuire, dai governi fino ai singoli cittadini.
Guardando da questa prospettiva, appare chiaro come singole iniziative di per sé meritorie, come l’adozione dei sistemi di gestione ambientale EMAS o ISO 14001, non siano sufficienti – da sole – perché un’organizzazione si possa definire sostenibile. La sostenibilità, infatti, è una materia trasversale che coinvolge tutti gli ambiti di un’azienda, dalle relazioni con i fornitori ai processi, dalla ricerca & sviluppo al marketing; e gli esempi potrebbero continuare. Per tenere le redini di un cambiamento (anche culturale) di così vasta portata, le imprese più strutturate hanno costituito team dedicati: affinché la loro azione sia efficace, però, devono essere dotati di potere decisionale, di un budget adeguato e dell’opportunità di interagire con tutte le altre funzioni aziendali, a ogni livello. Indipendentemente dalle dimensioni e dal settore merceologico dell’organizzazione, è quindi essenziale che l’intera popolazione aziendale sia adeguatamente formata, sia sui concetti di base della sostenibilità, sia su come si declinano nella propria area di competenza. Diventa quindi strategico predisporre un piano formativo sistemico, cioè che non si esaurisca con un singolo evento, e inclusivo, cioè che tenga in considerazione il fabbisogno formativo di ogni funzione aziendale.
Lo sviluppo sostenibile è innanzitutto un cambiamento di mentalità che impone di ripensare la progettazione della formazione. Il corso non è più inteso come un evento isolato, ma va inserito all’interno di un programma sistemico e complesso che tenga in considerazione la velocità con cui i temi si evolvono e che si adatti con agilità a tutti i livelli aziendali, facilitando la loro partecipazione attiva.
Per contribuire alla creazione di una cultura aziendale sostenibile, il primo passo è quello di rilevare il fabbisogno formativo dei partecipanti. Questo significa declinare gli obiettivi formativi e di conseguenza i contenuti da trattare, prendendo in considerazione le esigenze dei destinatari, il ruolo che ricoprono, le conoscenze in ingresso e – non da ultimo – il loro livello di scolarizzazione. Una formazione inclusiva tiene conto dei diversi stili di apprendimento e delle esigenze di partecipazione di ogni soggetto, proponendo soluzioni agili e flessibili.
Già in fase di progettazione bisogna definire il setting, ovvero il luogo dove avverrà l’erogazione, e la metodologia, ossia la tipologia di format più efficace in relazione agli argomenti. Si può optare per lezioni tradizionali in aula (fisica o virtuale), oppure workshop interattivi indirizzati a piccoli gruppi, o ancora percorsi di coaching. In alternativa alle lezioni dal vivo e ai webinar, i moduli e-learning hanno il vantaggio di poter essere fruiti in modalità asincrona attraverso piattaforme che tengano conto dei progressi e dei risultati ottenuti.
Sono inoltre ampiamente dimostrati i benefici di una formazione continuativa (long life learning) che si snoda lungo tutta la vita professionale di un individuo, con un’alternanza tra momenti di lavoro e di apprendimento. Questo principio risulta ancora più valido in materia di sostenibilità, considerata la velocità con la quale si evolvono normative, metodologie e best practices. Una formazione realmente efficace, dunque, è studiata sulle caratteristiche del destinatario e prevede aggiornamenti periodici, per mantenere alta l’attenzione e rafforzare nel tempo le nozioni acquisite.
In conclusione, una progettazione sistemica della formazione consente alle organizzazioni di costruire, mantenere e aggiornare le competenze necessarie per affrontare le sfide che il futuro porterà in ambito di sostenibilità. E diviene, quindi, un’opportunità per applicare pratiche virtuose a tutti i livelli dell’organizzazione, accompagnando le persone in un cambio di mentalità.
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