Quante volte vi sarete fermati prima di buttare l’imballaggio di un prodotto, soprattutto se composto da materiali diversi? Oggi differenziare in modo intelligente è più semplice.
Basta leggere l’etichetta!
Dal 1° gennaio 2023 è entrato in vigore l’obbligo di etichettatura ambientale degli imballaggi, con l’obiettivo di facilitarne il conferimento, il recupero e il riciclo per il mercato italiano.
Tutti i prodotti, di qualsiasi materiale, che servono a contenere qualsiasi merce, dalle materie prime ai prodotti finiti, dai flaconi del detersivo alle shopper del supermercato, dai pacchi di merendine con vassoio di carta e involucro in plastica ai pallet per il trasporto.
Secondo i più recenti obblighi di etichettatura non è più possibile mettere in commercio nuovi imballaggi senza etichettatura ambientale, ma solo terminare le scorte già esistenti. Le sanzioni per i trasgressori possono andare da 5.200 a 40.000 euro.
L’etichetta ambientale è perciò uno strumento essenziale per il consumatore, che può compiere molto più semplicemente scelte consapevoli in materia di sostenibilità. Di seguito, una breve guida alla lettura efficace delle etichette ambientali.
Tutti gli imballaggi B2C devono essere etichettati nella forma e nei modi che l’azienda ritiene più idonei, ma sull’etichetta deve sempre essere chiaro:
Oltre a queste informazioni obbligatorie, sull’etichetta è possibile inserire anche la tipologia di imballaggio (bottiglia, tappo, scatola ecc.) e suggerimenti per una raccolta differenziata di qualità (per esempio “schiacciare l’involucro” o “sciacquare il contenitore”).
Allo stato attuale rientrano nell’obbligo di etichettatura ambientale tutti gli imballaggi sul mercato in Italia, quindi sono esclusi quelli destinati all’esportazione.
Sugli imballaggi costituiti da parti diverse, le etichette andrebbero apposte sui diversi componenti.
Sulle confezioni multipack come merendine o fazzolettini, per esempio, che hanno un involucro principale e confezioni singole all’interno, è preferibile che l’etichetta sia all’esterno e sui pacchetti. Quando questo non è possibile per mancanza di spazio, su prodotti piccoli come i cioccolatini, l’etichettatura può essere riportata sulla sola confezione esterna.
Nel caso in cui i prodotti di piccole dimensioni vengano venduti sfusi, per evitare che le informazioni non siano leggibili chiaramente si può utilizzare un supporto digitale, come un QR code.
Gli imballaggi possono essere anche “composti”, ovvero fatti di diversi materiali che non possono essere separati manualmente dall’utente finale.
Pensiamo alle bottiglie di vetro con etichetta di carta e tappo di sughero: in questo caso una delle componenti (l’etichetta) è considerata non separabile manualmente, perché il consumatore non può staccarla “con il solo utilizzo delle mani, senza dover ricorrere a ulteriori strumenti e utensili e senza rischi per la sua salute e incolumità”.
Quando il peso del materiale secondario è inferiore al 5% del peso totale del packaging (pensiamo ai pacchi di pasta in cartone con la finestra in plastica trasparente), l’imballaggio viene considerato come un imballaggio monomateriale e sull’etichetta viene specificato solo il materiale prevalente.
Il preincarto è quello che al supermercato troviamo, per esempio, nel banco della carne o dei salumi. Essendo imballaggi destinati a prodotti alimentari freschi, non possono essere stampati.
Oppure sono imballaggi di cui al momento della produzione e della vendita, non si conosce con certezza l’uso che se ne farà, se saranno destinati all’uso domestico o saranno tagliati a misura nel punto vendita, come nel caso della pellicola di plastica.
Per questi motivi, non è possibile apporre etichette su questo tipo di imballaggi, ma le notizie sulla composizione e sullo smaltimento devono essere chiare e disponibili nel punto vendita, per esempio con schede informative accanto al banco.
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